Protesi mammaria e rischio oncologico c’è correlazione? Un importante studio per Pink Union

Ogni anno solo in Italia oltre 55.000 donne si ammalano di tumore al seno.  Ma la ricerca medica e scientifica ha compiuto straordinari passi avanti: sempre più pazienti guariscono completamente dalla malattia e ricominciano a vivere con un’ottima qualità di vita.

La ricostruzione mammaria post-mastectomia con protesi mammaria è una pratica molto diffusa, ma non sono stati ancora studiati a fondo i possibili effetti collaterali derivati dalla presenza della protesi. Questo progetto di ricerca nasce per indagare la correlazione tra protesi mammarie con superfici testurizzate e l’insorgenza, seppur rarissima, del linfoma non-Hodgkin: come accade spesso nella ricerca, gli studiosi hanno compreso le potenzialità del tema e stanno già ampliandone l’orizzonte. Ne abbiamo parlato con quattro dei ricercatori coinvolti, il Prof. Marco Klinger, Direttore della Scuola di Chirurgia Plastica di Milano, il Dottor Valeriano Vinci, chirurgo plastico, la Dottoressa Cristina Belgiovine, immunologa, e il Professor Roberto Rusconi, Dipartimento di Scienze Biomediche Humanitas University.

 

Com’è nato questo progetto?

Si tratta di un progetto ampio, che coinvolge più Atenei: noi oggi rappresentiamo Humanitas University, ma collaboriamo anche con il Politecnico di Milano.

Lo studio è iniziato un paio di anni fa circa e, causa Covid, ha subito dei rallentamenti: è nato perché alcuni studiosi si sono accorti che, dopo 10 anni di impianto di alcune protesi, quelle con superficie ruvida (il termine tecnico è texturizzazione) o meglio, ancora più ruvida, quindi macro-texturizzate, in una percentuale molto bassa ma comunque rilevante, causano una forma di linfoma, il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL).

Questa cosa non si spiega in modo chiaro e univoco: solo alcune protesi danno questo tipo di problema, non si osserva con le protesi lisce e in modo assolutamente trascurabile con protesi micro-texturizzate, quindi poco ruvide.

 

L’osservazione di questi casi ha avuto conseguenze?

Sostanzialmente da gennaio 2019 è stato eliminato l’impiego delle protesi macro-texturizzate, ma non c’è motivo di preoccuparsi o correre dal chirurgo per cambiare le protesi: la patologia è estremamente rara, risolvibile facilmente con la rimozione dell’impianto.

Però ci siamo domandati come fosse possibile che una protesi con una superficie ruvida potesse causare un tumore: i numeri sono molto contenuti, ma il fenomeno andava comunque indagato.

 

La texturizzazione non può essere eliminata?

La ricostruzione mammaria usa protesi sagomate anatomiche: questo significa che hanno una forma che consente di mantenere la posizione. La ruvidità garantisce l’attrito, permettendo alla protesi di stare in sede, e una serie di vantaggi: per questo non passiamo alle protesi lisce. Qualitativamente una ricostruzione con protesi testurizzate dà garanzie maggiori di riuscita e un tasso minore di complicanze globali.

 

Come procede la ricerca?

Siamo partiti dal problema, ma stiamo analizzando in generale i fenomeni cellulari, in sintesi cosa succede al sistema immunitario una volta che viene esposto a differenti tipologie di superficie. Lo facciamo mettendo a frutto la nostra esperienza con le protesi mammarie, sapendo che si può trasferire anche ad altre protesi, quindi ovunque ci sia un’interazione cellulare diretta tra una superficie estranea e le nostre cellule.

 

Il tema della ricerca quindi è più ampio

In un certo senso sì: stiamo studiando l’influenza dell’interazione cellulare nel tempo. Dalle protesi mammarie abbiamo visto che, a lungo termine, può causare addirittura una patologia tumorale o, almeno, uno stato infiammatorio. Questo fenomeno non è mai stato descritto. Abbiamo sviluppato una metodica per portare avanti il progetto con il Politecnico dell’Università degli Studi di Milano. E’ sicuramente un progetto con uno scopo ancora più ampio: vorremmo studiare come l’organismo umano reagisce a una superficie anomala con qualsiasi tipo di protesi, anche ortopedica, per capire se può dare luogo a fenomeni a lungo termine (ma anche a breve termine), alterazioni dell’immunità che possono portare a una patologia non solo con causa biologica, come un batterio.

 

Ci sono delle evidenze? Il progetto è iniziato quest’anno, avete già una direzione?

Studiando da tanti anni il sistema immunitario in ambito tumorale, (risponde la dottoressa Belgiovine NDR) ritengo che l’insorgenza di questi tumori sia correlata ad un aumento dell’infiammazione.

Studiando il liquido che si forma nell’ambiente vicino all’impianto sia in pazienti con protesi macro-testurizzate sia con protesi micro-testurizzate osserviamo che il sistema immunitario è più sollecitato quando le protesi sono macro-testurizzate, la produzione di alcune citochine (i messaggeri dell’immunità) è maggiore, si attivano maggiormente alcune cellule. La forma diversa, la testurizzazione differente di queste protesi in qualche modo stimola. Stiamo realizzando studi in vitro per capire come mai quel tipo di protesi va a sollecitare in quel modo le cellule, se dipende da paziente a paziente o se è una reazione che si può generalizzare.

I risultati preliminari vanno in questa direzione: differente testurizzazione e struttura portano a una differente risposta del sistema immunitario: è vero per queste protesi ma abbiamo iniziato a valutare altri tipi di protesi, e anche in questi casi abbiamo trovato qualche differenza.

Diciamo che le protesi al seno ci hanno dato il primo input, ci hanno permesso di capire che qualcosa non andava, ma questi studi ci aiuteranno probabilmente a risolvere tante altre situazioni.

 

Il progetto rappresenta un ottimo esempio di cross-contaminazione tra diverse esperienze all’interno di Humanitas, è veramente interdisciplinare: coinvolge la parte clinica, la parte immunologica, la parte biofisica. Stiamo provando a ricreare queste interazioni su dispositivi che possono essere analizzati al microscopio per vedere direttamente come queste cellule interagiscono con le superfici. La collaborazione con il Politecnico ci permette di indagare meglio il problema, stiamo elaborando anche alcune pubblicazioni: è un progetto molto ampio, con applicazioni su altri impianti, che potrebbe risolvere alcuni problemi importanti come quello dell’infezione batterica nelle protesi ortopediche, che porta poi alla rimozione delle protesi stesse.

Stiamo descrivendo un fenomeno che non aveva mai guardato nessuno: da qui in poi si apre un mondo.

 

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